“Avatar istiga al suicidio”, così titolava “La Stampa” il 12 gennaio 2010 parlando dell’ultimo film di Cameron. Insomma una sorta di omicidio di se stessi. L’articolo riportava le testimonianze di alcuni spettatori, da chi affermava «Dopo aver visto Avatar ho pensato di suicidarmi» a chi confessava «Quando mi sono svegliato la mattina dopo essere stato al cinema, il mondo mi è apparso grigio. Il mio lavoro, la mia vita, tutto ha perso ogni valore. È tutto così insignificante, è un mondo di morte» oppure «Come una sorta di demonio dentro di te che ti uccide in modo occulto per cui vai a casa e ti senti perso» e via di questo passo.
La Cnn, a cui si riferiva l’articolista, aveva chiaramente denunciato che Avatar istigava al suicidio, proprio perché molti spettatori avevano raccontato di aver avuto pensieri suicidi e depressione dopo la visione del film.
Un’analisi su questo film si trova sul libro “I giovani e l’etica ontica”, in cui l’autore dell’Ontopsicologia – il professor Antonio Meneghetti – scrive: il reale significato di “avatar” in senso storico-filosofico è un concetto universale molto importante, che l’umanità ha sempre avuto e che si può ritrovare nei grandi testi antichi (…) Oggi, però, il computer comincia pian piano a mettersi al posto della vita, cercando di sostituire la realtà: la macchina fa informazione. Progressivamente, attraverso l’epopea e l’idealismo di Avatar, si sta creando un personaggio internettiano che entra nelle situazioni come una sorta di uomo ragno-superman, risolvendo, rispondendo a domande, consigliando, etc. Avatar è il nuovo dio.”